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Omelia del Rettor Maggiore alla Festa Ispettoriale

Cari confratelli,
celebriamo la festa del Beato Michele Rua, che a ragione potrebbe essere considerato un "confondatore" della Congregazione Salesiana. Scrive don Motto: «Nato nel 1837 a poche centinaia di metri dall'Oratorio di Valdocco, costituzione fisica e carattere diversi da Don Bosco, con lui però condivise tutto: dall'essere figlio di una seconda moglie del padre al diventare orfano di padre in tenera età, dal fondare e sviluppare la società salesiana al morire alla stessa età, 72 anni, nel 1910. Fu il "primo salesiano" formato da Don Bosco (1854), il primo sacerdote dell'Oratorio (1860), il primo direttore della prima casa salesiana fuori Valdocco (1863), il suo alter ego in tutto: nella direzione dell'Oratorio, nella formazione dei salesiani, nella visita alle case, nella distribuzione del personale, nelle nuove fondazioni. Accanto a Don Bosco per oltre 30 anni, suo accompagnatore ufficiale in molti viaggi importanti, in Italia e all'estero, non poté che essere il suo primo successore, e lo fu per 22 anni, il più lungo rettorato della storia salesiana».
Oggi noi facciamo memoria di don Rua anche come patrono della Ispettoria Meridionale, nel contesto della celebrazione del 150 anniversario della Fondazione della Congregazione, che lo vide come uno dei suoi protagonisti, e nel momento in cui ci disponiamo a celebrare il centenario della sua morte. La lettera che ho scritto ai confratelli ci presenta la sua eccezionale figura umana e spirituale, che diventa un invito ad imitare don Bosco come lui lo ha imitato.
In verità, celebrare la memoria di Don Rua significa raccontare la storia della Congregazione nel periodo caldo della sua fondazione, dal punto di vista non del Fondatore, ma dei suoi discepoli più cari. Non c'è infatti passaggio importante delle nostre origini in cui don Rua non si trovi accanto a don Bosco: e non come spettatore o testimone silenzioso, ma come co-protagonista. Gli è toccato poi ricevere l'eredità del nostro padre e, dopo la sua morte, affrontare le prove per affermarla e farla riconoscere nella sua originalità.
La prima lettura, tratta dal secondo libro de I Re - che riferisce l'eredità profetica che Elia lascia a Eliseo -, è molto indovinata e suggerente, perché fa pensare al rapporto del tutto singolare che, per grazia del Signore, intercorse tra don Bosco e don Rua: un rapporto che cominciò nella fanciullezza di don Rua (nel 1845) e andò man mano approfondendosi in ogni tappa della vita, fino a fare "a metà" con don Bosco.
Egli fu silenzioso ammiratore di don Bosco quando ancora era allievo dei fratelli delle Scuole cristiane e don Bosco vi andava a confessare e predicare. Quando entrò nell'oratorio, all'ammirazione unì un'attiva docilità e il desiderio di imparare da don Bosco, che prese come maestro di vita spirituale e di apostolato.
Ancora giovanissimo, divenne suo primo fidato collaboratore: gli venne affidata la cura di coloro che andavano a studiare fuori; fu incaricato del secondo oratorio quando aveva soltanto 17 anni. Fu poi caposaldo del gruppo base della Congregazione. Testimone fedele dei gesti e delle parole di don Bosco, fu lui a costituire nel 1868 il gruppo, con a capo don Bonetti, che raccoglieva le parole e gli aneddoti del Fondatore. Il suo desiderio di non perderne il minimo gesto lo portò a ricomporre il gruppo nel 1874 con a capo don Lemoyne.
Tralascio molti altri passaggi per arrivare all'ultima fase, quando fu scelto come vicario di don Bosco, in grado di assumerne il posto quando era assente o molto occupato, di suggerire e confrontarsi senza pretesa, di accettare ed eseguire con fiducia. C'è una bella fotografia, quella che don Egidio Viganò riteneva fosse la fotografia migliore di Don Bosco (MartíCodolar 03.05.1986), in cui egli appare suggerendo quasi con timidezza, ma affettuosamente qualcosa all'orecchio di don Bosco, seduto tra i suoi figli, benefattori e giovani.
Da ultimo, successore di don Bosco, per volontà e nomina dello stesso don Bosco che lo chiese a Leone XIII, e nel 1900 riconfermato dalla Congregazione.
Questa non è una pura successione di cariche e responsabilità, una "carriera". È un cammino di adesione e d'identificazione interiore, convinta e gioiosa, che va plasmandolo nella sua originalità di santo 'salesiano'.
Lo ricordava magistralmente Paolo VI nell'omelia della beatificazione, quando affermava che il tratto che definiva don Rua era quello di essere stato «figlio, discepolo, collaboratore, imitatore, successore» di don Bosco, «che ha fatto dell'esempio di don Bosco una scuola, della sua opera personale un'istituzione estesa, si può dire in tutta la terra, della sua vita una storia, della sua regola uno spirito, della sua santità un tipo, un modello: ha fatto della sorgente, una corrente, un fiume».
Don Bosco vide in lui l'adempimento progressivo del suo sogno: don Rua fu, insieme ad altri, il primo professo; in assoluto il primo sacerdote, il primo direttore. Don Rua, da parte sua, scorse in don Bosco l'ispiratore della sua vita spirituale e il Maestro del suo apostolato.
Ricordiamo una scena della vita di don Bosco, con una sua espressione, che è stata codificata nelle Costituzioni, perché sembra quasi la "sigla" della sua vita. La scena è quella del ritorno all'oratorio, dopo la grave malattia che lo tenne lontano per un paio di mesi. Le parole pronunciate in quella opportunità di fronte ai giovani sono una specie di voto apostolico: «Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani» (Cost. 1).
Don Rua pronunciò anch'egli una solenne promessa, davanti alla salma di don Bosco. La rese pubblica solo nel 1907: «Prostrato davanti alla fredda salma, piansi e pregai lungamente... Per dire tutta la verità devo aggiungere che feci al nostro buon Padre solenni promesse. Poiché mi vedevo costretto a raccogliere la sua eredità e a mettermi a capo della Congregazione che è la più grande delle sue opere e gli costò tante fatiche e sacrifici, gli promisi che nulla avrei risparmiato per conservare, per quanto stava in me, il suo spirito, il suo insegnamento e le più minute tradizioni della sua famiglia».
Eppure era tanto diverso da don Bosco nella costituzione fisica e nella struttura psicologica. Conferenzieri e scrittori hanno commentato sovente questa specie di contrasto, a partire da alcune battute di don Bosco medesimo sulla sua rettitudine e austerità. Di lui infatti non si è mai detto, come di don Rinaldi, che di don Bosco avesse tutto, tranne la voce.
E invece gli osservatori hanno notato che di don Bosco aveva certamente una cosa: lo spirito e le sue espressioni più autentiche. Ne era non soltanto la sua continuazione, ma anche il suo arricchimento. Non una ristampa, ma una nuova edizione; non una fotografia, ma una riproduzione in cui il modello non è passato attraverso una macchina, ma attraverso il cuore, la mente e le mani; non una fotocopia, ma un nuovo testo originale sullo stesso argomento. Ecco quello che lo rende autentico confondatore.
La storia di don Rua ci invita a meditare sul nostro rapporto singolarissimo con don Bosco, che è all'origine della nostra vocazione e come il segreto della sua crescita. Dicono le nostre Costituzioni: «Il Signore ci ha donato don Bosco come Padre e Maestro. Lo studiamo e lo imitiamo ammirando il lui uno splendido accordo di natura e di grazia». Noi abbiamo una storia simile a quella di don Rua. Nell'incontro con don Bosco è nata la nostra vocazione. Egli ci ha arricchito poi nelle diverse tappe della nostra formazione con intuizioni, suggerimenti ed esempi. La sua compagnia interiore è stata sempre ispirante. La nostra relazione con lui non è quella di un semplice ammiratore, ma di discepoli e figli spirituali. Don Bosco ha avuto molti amici e collaboratori. Pure Cristo ha avuto ascoltatori, seguaci, discepoli ed apostoli. Ciascuna di queste parole indica un rapporto diverso. Il termine che definisce il rapporto di don Bosco con noi è 'Padre'. Sarebbe uno sbaglio pensare che si tratta di un appellativo affettuoso che riguarda la sua capacità di manifestare bontà e vicinanza. È qualcosa che va oltre. Dice che lui ci ha generati a quella esperienza spirituale che è il carisma salesiano.
Nei miei viaggi per il mondo ho constatato una cosa: l'amore e l'ammirazione per don Bosco producono dappertutto frutti positivi di vita religiosa, di fecondità apostolica e di diffusione della Famiglia salesiana. Lo studio affettuoso della sua biografia e spiritualità mantiene viva la fedeltà. Veramente noi cresciamo a contatto con lui.
Mi sembra che questo sia appunto il messaggio di don Rua, imitatore e seguace fedele e creativo di don Bosco. Ed è di particolare attualità oggi per noi e per i giovani.
Don Pascual Chávez V.
Caserta, Ispettoria IME - 17.04.'10